
di Elisabetta Raimondi
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Nel suo discorso d’addio Joe Biden ha scoperto il ruolo degli oligarchi, dimenticando l’azione dei Democratici. Bernie Sanders rilancia, con più coerenza, questa battaglia
Per anni e anni nei corporate media, avete sentito il termine «oligarca» soltanto preceduto dalla parola «russo». Ma gli oligarchi non sono solo un fenomeno russo o un concetto straniero. No. Gli Stati uniti hanno la loro oligarchia. Quando cominciai a parlarne, molta gente non capiva che cosa intendessi dire. Bene, ora le cose sono cambiate. Quando i tre uomini più ricchi d’America siedono dietro a Trump alla sua inaugurazione, tutti capiscono che la classe miliardaria ora controlla il nostro governo. Quando quegli stessi tre uomini controllano alcuni dei maggiori media e canali distributori dell’informazione in America, tutti capiscono che la classe miliardaria ora controlla la nostra informazione. Ma non si tratta solo di Elon Musk, Jeff Bezos and Mark Zuckerberg.
Così esordisce l’email dello scorso 27 gennaio che Bernie Sanders, la cui attività senatoriale e il cui attivismo sono più intensi che mai, ha inviato alla sua newsletter.
Con questo incipit – al quale segue l’elenco dei molteplici settori, sanità in primis, alla mercé di corporation e miliardari che, non da oggi, comprano la politica e l’informazione mainstream – Sanders ha sintetizzato la trasformazione subita dalla parola «oligarchia» dopo che Joe Biden l’ha utilizzata nel suo discorso di addio alla nazione il 15 gennaio scorso: «Oggi in America – ha detto Biden – sta prendendo forma un’oligarchia di estremo potere e influenza che minaccia di fatto la nostra intera democrazia…». Bernie Sanders aveva fatto una dichiarazione simile però a un comizio del 2015 della sua prima campagna presidenziale: «Viviamo sempre di più in un’oligarchia dove il big money compra i politici».
Nonostante l’uso di «oligarchia» e una certa somiglianza del significato, le due frasi pronunciate da Sanders e da Biden a dieci anni di distanza hanno aspetti che le differenziano sia intrinsecamente, in relazione al contesto dei relativi discorsi, sia esternamente, nei modi in cui l’informazione mainstream ha scelto di ignorarle e/o recepirle.
Consapevole da decenni di come il sistema oligarchico si fosse già impadronito della politica sia sotto presidenze repubblicane che democratiche, Sanders aveva proseguito rimarcando gli effetti ancor più devastanti introdotti dalla sentenza della Corte Suprema Citizen United vs Federal Election Commission (Fec), che oggi ha compiuto quindici anni senza che gli establishment dei due partiti l’abbiano mai messa in discussione visti i «miliardi» di benefici ricavati.
Invocando un principio del 1976 secondo cui «la spesa politica è una forma di libertà di parola espressa dal primo emendamento» della Costituzione, quella sentenza del 2010 annullò le restrizioni imposte alle società (aziende, sindacati, corporation, organizzazioni non profit, ecc.) dalle leggi sui finanziamenti elettorali fino ad allora in vigore. Le società poterono quindi far confluire negli allora neo-creati Super-Pac quantità di denaro potenzialmente illimitate da parte di donatori interessati, con un enorme incremento di ogni forma di corruzione e di denaro sporco. Se Elon Musk ha potuto finanziare Donald Trump nel modo in cui ha fatto, Citizen United glielo ha permesso, così come ha permesso gli enormi finanziamenti di tanti politici democratici, di cui gli ultimi, a livello presidenziale, sono stati Hillary Clinton, Joe Biden e Kamala Harris. Quanto al Congresso, limitandoci al ciclo elettorale 2023-24, le sconfitte dei progressisti della Squad di sinistra Jamaal Bowman e Cori Bush si devono, oltre che al big money delle corporation, alla quantità di denaro senza precedenti investita dalla lobby pro-Israele Aipac nelle primarie democratiche.
Nel suo discorso di addio invece Joe Biden prima propone il confronto, molto pertinente, con i Robber Barons della Gilded Age a cavallo tra 1800 e 1900, mentre poi accenna al discorso di addio alla presidenza di Eisenhower e alle sue ammonizioni sui pericoli dell’espansione del Military Industrial Complex. In entrambi i casi però gli immediati salti temporali – più di un secolo nel primo caso e 60 anni nel secondo – a un «oggi» inteso in senso sostanzialmente letterale implicano l’idea di un’oligarchia che sembra essersi materializzata improvvisamente e per colpa di Donald Trump.
Lo stessa cosa si può affermare per quei giornalisti e giornaliste mainstream, in particolare della Msnbc, le cui reazioni all’uso di Biden del termine «oligarchia» sono state tali da far dubitare che fossero gli stessi protagonisti di un’informazione che, nelle due corse presidenziali di Sanders, non solo hanno volutamente ignorato quella parola, ma hanno denigrato il senatore attraverso una propaganda che si è avvalsa di strategie e menzogne di tutti i tipi. .
Oggi che Joe Biden ha improvvisamente scoperto l’oligarchia e che Donald Trump l’ha messa in mostra in modo trasparente al suo insediamento – con Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg che invece di stare dietro le quinte hanno rotto la cosiddetta quarta parete teatrale – quella stessa Msnbc ha prontamente organizzato uno dei soliti panel multietnici dal pensiero unico in cui l’anchorman Chris Hayes, circondato da quattro influenti voci femminili della rete, ha definito «striking moment» il riferimento di Biden all’oligarchia, mentre la regina Rachel Maddow ha provato «brividi lungo la spina dorsale» sentendo Biden parlare di «questa oligarchia, di questa concentrazione di potere, di quello che stanno facendo alla stampa libera e alla verità». La stampa libera come la Msnbc che lasciò che un altro giornalista del suo gotha, Chris Matthews, paragonasse la manifestazione dei sostenitori di Sanders il giorno prima del caucus in Nevada del febbraio 2020, conclusosi con la strepitosa vittoria di Bernie, all’orda di invasori nazisti che nel 1940 fecero capitolare Parigi.
Ben diversa è la rappresentazione di organi di informazione indipendente come The Lever nel cui podcast Oligarchy, il conduttore David Sirota, il co-fondatore di Drop Site News Ryan Grim e il direttore di The American Prospect David Dayen hanno argomentato a proposito del discorso di Biden e del termine ora alla ribalta. Dayen ha definito «cloying» (stucchevole, nauseante) il riferimento di Biden a Eisenhower in quanto, visto nel contesto dell’intero discorso, altro non è stato che un modo opportunistico per cercare di avere «il suo momento di gloria come quello del discorso di Eisenhower». Serviva «un commento rilevante che tutti potessero ricordare» e nulla poteva funzionare meglio dell’oligarchia poiché, d’ora in poi, qualsiasi «documentario sulla nascita dell’oligarchia» non potrà fare a meno di «ricorrere a quei due minuti» del discorso di Biden, che costituiranno anche uno dei punti su cui si fonderanno la sua legacy e la biblioteca in suo nome. Eppure, in quella stessa settimana Biden «ha firmato un ordine esecutivo sull’espansione dei centri dati dell’intelligenza artificiale che costringe i Dipartimenti di Energia e Difesa a dare suolo pubblico a quegli stessi oligarchi, a quello stesso complesso tecnologico industriale contro il quale ha parlato nel suo discorso».
Per dirla con The Nation «si tratta di finanziamenti pubblici che rendono ancora più potenti i padroni dell’industria tecnologica come Musk, che ha miliardi di contratti governativi. Ancora una volta, Biden è l’architetto di quella stessa oligarchia che condanna». Contraddizione ben messa in evidenza anche da Scott Bessen, nominato da Trump per la carica di Segretario del Tesoro, che ha sottolineato come pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca quel Joe Biden che pontifica contro l’oligarchia abbia onorato con la Medaglia Presidenziale della Libertà, peraltro conferita anche a Hillary Clinton, «due persone qualificabili come oligarchi» quali George Soros e in particolare David Rubenstein, fondatore del gruppo Carlyle, che ha costruito la sua immensa fortuna grazie agli stretti legami con funzionari governativi anche nell’ambito del Military Industrial Complex.
*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue dal 2016 la Political Revolution di Bernie Sanders